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Kevin Powers: Yellow Birds. Il primo grande romanzo americano sull’ultima guerra.

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yellow birds

Kevin Powers

Yellow Birds

Einaudi

A casa, tutto aveva cominciato a ricordarmi qualcos’altro. Ogni pensiero che formulavo sbocciava e si richiudeva saldandosi su un altro ricordo, che a sua volta conduceva a un altro ancora, fugace, finché mi ritrovavo perso nel momento presente. – Amore, ti spiace sistemare la recinzione vicino al lago? – diceva mia madre nelle giornate estive che si accorciavano, e io mi avviavo giú per la lunga distesa del giardino con un martello e una manciata di chiodi, e raggiunta la recinzione mi ci appoggiavo, guardando l’acqua increspata da una brezza tiepida, e di colpo ricordavo. Cosa? Niente, tutto. Tornavo all’eco dei latrati dei cani che si rotolavano nell’immondizia umida all’ombra della porta di Shamash. Se sentivo certi brutti corvi gracchiare, planando dai cavi della luce che fino a un attimo prima avevano adornato nella loro nera semplicità, capitava che il loro verso risuonasse in perfetta armonia con il ricordo del sibilo dei mortai, e che io, lí a casa, mi preparassi fisicamente all’impatto, forza, bastardi, venite, pensavo, stavolta mi avete preso, poi, quando gli uccelli spiccavano il volo, di colpo ricordavo dov’ero, e voltandomi indietro vedevo il viso di mia madre incorniciato dalla finestra della cucina, le sorridevo e la salutavo con la mano, prendevo la parte di rete metallica che si stava staccando dalla recinzione e la fissavo con i chiodi. È che tu vuoi precipitare, ecco cosa. Pensi che cosí non puoi andare avanti. È come se la tua vita fosse in bilico sull’orlo di un burrone, e andare avanti sembra impossibile, ma non per mancanza di volontà, per mancanza di spazio. L’eventualità di un altro giorno sfida le leggi della fisica. E indietro non puoi tornare. Allora vuoi cadere, lasciarti andare, arrenderti, però non puoi. E ogni respiro te lo ricorda. E cosí via.

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