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Passing Places: 13 – 19 Settembre 2013: la prima delle tre mostre fotografiche di Luigino Pellizzaro. In Biblioteca.

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PASSING PLACES

13- 19 Settembre 2013

Mostra fotografica di Luigino Pellizzaro in Biblioteca

 

Pellizzaro

 

 

Inaugurazione Sabato 14 Settembre ore 17.30

 

 

Introduzione

Tutto nasce con un nome.
Anche alle opere o agli eventi si dà solitamente un titolo, ovvero un nome. Ed è un po’ come quando lo si sceglie per il proprio figlio che verrà: si vorrebbe raccogliere il tutto in un suono, una parola, un segno che sappiamo poi divenire identità.
Un nome è un augurio, una speranza, una memoria talvolta.
Luoghi nella mente vorrebbe essere tutto questo; e se nell’attenderlo l’ho immaginato come un largo vestito, nel definirlo l’ho sentito a volte un po’ stretto (“…sed apta mihi”).
I Passing Places rappresentano invece un’occasione privilegiata. Nelle piccole e strette strade della Scozia vi sono di tanto in tanto delle aree dove potersi alternare nel passaggio di vetture che procedono in senso opposto. Ho notato in seguito, riguardando le foto del viaggio riprese dall’automobile, come questi diventino in realtà un luogo particolare di osservazione, di incontro, di scambio.
Di attesa.
Nell’attesa si ha il tempo. La sosta crea la modalità del viaggiare, privilegia la contemplazione: in essa non vi è mai nulla che si possa dire realmente “perduto”. Il tempo diviene un luogo, la dimensione estetica e percettiva per eccellenza; si crea ora uno spazio emotivo interiore dove rivivere una qualche “equivalenza” sensoriale, un emozionale corrispondente. Entrarci significa andare oltre, lasciarsi generare sinestesie spesso inattese… Infine, uscirne con il desiderio di ritornarvi. Le immagini ritagliano ancor più un segmento di mondo interiore, divengono possibilità e necessità di estendere il tempo, di ampliare gli spazi.
Ecco allora che la mente diviene luogo dove esse si generano, dove intelletto e sentimenti si incontrano… Cuore e ragione convivono nel superamento dell’antitesi e della dualità che diviene unione, armonia, sintesi. E’ un nuovo da accogliere, un’immagine dove potersi quietamente perdere.
Ora il paradosso è creato; la cornice limita quello che la mente esperisce e vorrebbe eterno: la bellezza.

Presentazione
Le immagini di Passing Places sono tratte da due viaggi effettuati nel 2006 e nel 2007 nelle Highlands scozzesi.
A nord dunque, e ad ovest del Regno Unito: Assynt, Wester Ross, Skye e Lochalsh sono alcune delle regioni di una Scozia apparentemente remota, disabitata e a tratti inospitale, ma che offre molto alla riflessione.
Sulla quotidianità. Incontrare poche persone, talvolta nessuno, costringe ad un dialogo interno. In queste occasioni si ha il privilegio della dimensione “intrapersonale”, del prendersi cura di sé. Il tempo è rallentato, dilatato, disegnato dalla luce, scandito dalla pioggia e dal sole. Viaggiare a piedi permette di ascoltare tutto, molto.
Sull’essenzialità. Relativa, poiché la modernità ci accompagna sempre ed ovunque. La leggerezza necessita di scegliere l’indispensabile, dunque zaino, tenda e attrezzatura fotografica ridotta al necessario. Il primo viaggio (tra maggio e giugno del 2006) è stato propedeutico al secondo ritorno (tra giugno e luglio 2007), ed ha aiutato a limitare la bulimia da “novità”. Gli spostamenti in auto si sono via via ridotti, preferendo poche aree scelte nelle quali soffermarsi alcuni giorni, salendo montagne o costeggiando l’oceano ed i laghi.
Sull’amicizia. Sento di dovere un profondo grazie ad un carissimo amico che mi ha costantemente accompagnato in questi viaggi, Juraj Bartanus; gli sono sinceramente grato per i numerosi spunti creativi nonché di vita. Appassionato cultore di fotografia, autore di una mostra personale a Palazzo Roberti nel 2004, devo a lui l’ostinazione con la quale ho ripreso ad interessarmi di fotografia in un momento particolare della vita quando accade di prendersi troppo sul serio, di pensare che il tempo del “gioco” è terminato e si oblitera definitivamente il proprio biglietto per l’”adultità”.
Sulla bellezza ed il valore dell’estetica. C’è un momento nella vita in cui avviene il disincanto; termina il periodo dell’”esistenza pedagogica” per scoprire che la quiete è in sé rivoluzionaria.
Un nuovo incanto.
L’estetica affaccia al mondo dell’immaginazione, accompagna intelletto e fantasia, emozione e ragione in una ricerca che ci impegna dall’infanzia alla tarda età. Eppure si continua a separare ciò che in realtà si avverte essere un “unicum”, nelle diverse espressioni di un continuum che ci percorre dalle sensazioni ai pensieri.
Nell’attimo creativo avviene di non distinguere più mente e corpo, finito ed infinito, luogo e tempo; accade che emozioni, sensazioni, elaborazioni si mescolino come i colori in una tela: una pennellata li unisce, un tratto li collega, una superficie li accoglie, una cornice li protegge, uno sfondo li significa. Nell’immobile vorticare delle impressioni, la memoria si estende ad afferrare quel presente conflittuale di opposti: ci sconvolge l’equilibrio di tensioni e l’affanno della ragione avverte di un piacere interminabile, quasi insostenibile.
Poi… del bisogno di lieve, e il sopraggiungere della quiete.
Se dunque mente e corpo sono connaturate, sapranno anche essere sintoniche.
Accogliere il conflitto, accettare la dualità, o l’ambiguità sono tutti passi di un viaggio interno; è lì che il tempo mutevole ci accompagna, la luce ci disegna, lo spazio indistinto ci colloca: è così che si perde e si ritrova il confine di sé, così che nelle parti diverse si ricompone il tutto.
Nel mentre, si imprime la voglia di raccontare e raccontarsi, di suscitare parole ed immagini, di comunicare silenzi.
Comunicare poi è ricercare significati talvolta nuovi, talvolta comuni, talvolta ovvi. Liberamente…
Ma anche il non comunicare può avere un senso, poiché il linguaggio è prima di tutto intenzione; posso allora trasformare il rumore in suoni, ma anche trovare interessante l’imperfetto e lo stupore che deriva dal vedere i suoni tornare rumore.
Sul nome delle cose. La riflessione sul valore dell’estetica prende spunto da alcuni scritti di Herbert Marcuse (Eros e Civiltà; 1955, 1968) e va ad interessare una mia particolare reticenza, o resistenza forse.
Essa ha a che fare con il nome delle cose. Negli anni infatti mi sono scoperto riluttante ad attribuire nomi, titoli alle immagini: vi ho rinunciato per economia mentale, soprattutto emotiva direi. O per libertà. Tempo fa, sentendomi di dover giustificare (!?!) questa mia disposizione, mi fissai alcuni pensieri:
“Scegliere è percorrere dubbi, percezioni,
è ricordare tempi, luoghi, emozioni.
Ed ogni volta
che provo a dare un nome ad una immagine
sorge in me un tale timore
che mi fermo,
appoggio la matita e guardo…, riguardo…
Scopro allora una riverenza insolita
da non potermi permettere altro che un sorriso
per dire – o non saper dire –
che mi è abbastanza la bellezza.“
La creazione comincia col dare un nome alle cose, una per una.
Anche la luce fu, in quei giorni, ma con un nome che non è proprio. Così ancora una volta un’immagine si chiamerà “figlio”, un nome che vuole essere una porta aperta, lasciata aperta… Io sto sulla soglia, dapprima, poi oltre la soglia perché decidere spesso è confondersi, immergersi oltre l’evidenza o attendere il rendersi ancora evidente dell’inatteso.
Ancora una volta sarà lei a chiamarmi, con un nome sempre nuovo: l’attimo e la luce mi riappaiono ed insieme formano la memoria dall’accaduto. Si svelano pian piano le emozioni e si rivive di continuo l’alternarsi di indecisioni, posizioni, attese e frenesie. Un vorticare quieto di desideri nuovamente si imprime, l’ovvio e l’ignoto si incontrano.
Ecco l’immagine.

“Il nome è un luogo,
poi sono l’attimo
e la luce.
Sono fantasie,
sogni le immagini.
Esse riappaiono
a significare se stesse,
rivivono in me
come
luoghi nella mente”.

Chi è Luigino Pellizzaro:

Mi chiamo Luigino Pellizzaro, sono nato a Vicenza nel febbraio del 1967. Vivo a Malo (Vicenza) con Antonella e i due figli, Tommaso e Chiara. Dopo gli studi classici approdo all’Università degli Studi di Padova iscrivendomi al Corso di Laurea in Psicologia Sperimentale. Nel conseguire la laurea, mi interesso di percezione visiva, di Psicologia dell’Arte e di Psicologia del Pensiero; la tesi avrà come tema di ricerca i “Modelli mentali” (Philip N. Johnson-Laird), un tentativo di spiegare la mente ed i suoi prodotti (ragionamento, linguaggio, memoria) nei termini di “rappresentazioni mentali”. Dopo qualche brevissima esperienza di insegnamento, inizio la specializzazione in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale presso l’Albert Ellis Institute di Verona. Attualmente sono psicoterapeuta presso alcune strutture residenziali di cura.

La fotografia

 

Ciò che muove anzitutto è la curiosità. La mia prima macchina fotografica è, come per molti, quella di mio padre: una vecchia Agfa della quale ricordo in particolare l’ingombrante custodia in pelle e le molte immagini in bianconero prima, a colori poi a cui ha dato luce e che hanno documentato l’intera vita familiare e la mia infanzia. Con un po’ di soldi recuperati dal lavoro estivo, acquisto nel 1987 una Contax, alcune ottiche Zeiss e qualche pellicola. Dopo alcuni esperimenti su diapositive a colori, acquisto delle pellicole in bianconero. Di lì a poco frequento il mio primo circolo fotografico e la camera oscura annessa; la scomodità mi induce ad attrezzarne una nella lavanderia di casa ed inizio così a stampare le mie prime foto.

Il negozio dove vado ad acquistare il materiale fotografico sta giusto di fronte a casa. Inizia così la frequentazione del laboratorio professionale e l’osservazione delle tecniche di ripresa. L’interesse per la fotografia in bianconero è prevalente: nel 1989 acquisto una Rolleiflex biottica usata, formato 6×6, il massimo che potessi permettermi al tempo come studente. Il negoziante diventa in breve tempo il mio tutore, i suoi consigli sempre più preziosi, le sue mostre sempre più coinvolgenti. Comincio allora a studiare il Sistema Zonale di Ansel Adams, un particolare approccio alla fotografia espressiva (“fine art”), e ad esercitarmi nella ripresa e stampa di fotografie di paesaggio in bianconero. Nel tempo ho l’occasione di collaborare con alcuni fotografi del luogo, di assistere all’allestimento di alcune personali e di esporre il metodo relativo al Sistema Zonale presso alcuni circoli fotografici. Nel 1992 presento le mie fotografie come esame di Psicologia dell’Arte, ottenendo il sostegno a proseguire e perfezionare la conoscenza dei principi sottostanti alla percezione visiva.

Il crescente interesse per la fotografia confligge tuttavia con la necessità degli studi, del lavoro e della famiglia. Nel 2004, dopo alcuni anni di dovuta sosta, riprendo ad occuparmi di fotografia. A segnare il passo è la visita ad una mostra a Palazzo Roberti di Bassano del Grappa di un autore svizzero, Juraj Bartanus, grazie al quale riprendo l’interesse per la fotografia e l’amore per il bianconero. Negli incontri, le discussioni ed il confronto cresce lo stimolo a viaggiare nuovamente, a comunicare impressioni e a raccontare con le immagini. Nel febbraio 2005 accogliamo insieme l’invito del circolo fotografico di Chiavari (Genova) a presentare alcune opere e tenere una serata didattica sul Sistema Zonale e le tecniche di ripresa nel grande formato. Tra il 2004 e il 2007 si alternano viaggi nelle Dolomiti, in Svizzera e nel Regno Unito, la Scozia in particolare.

Nell’ottobre 2008 a Villa Lattes  di Vicenza presento la mia prima personale di fotografia “Passing Places”, una raccolta di immagini sulle Highlands scozzesi. La mostra verrà in seguito esposta in altre località del vicentino e presentata ad alcuni circoli fotografici.

Nell’agosto 2010 ho presentato a Campogrosso di Recoaro Terme “dELLe pOSSIBILi iNFINITà”, una raccolta antologica di immagini dal 1989 al 2009, mentre ad agosto 2011 è la volta di “di ROCCE -) (- di TERRA – delle possibili infinità”, uno sviluppo tematico della precedente mostra antologica.

In questi anni ho esposto un po’ ovunque, nei luoghi e per i motivi più diversi: città come Vicenza, Este, Marghera, Bassano non sono dissimili da luoghi o paesi quali Campogrosso, Novale, Villaverla, Isola Vicentina, Valdagno, Monte di Malo. A volte nei bar, a volte in ville del cinquecento, nelle biblioteche o in rifugi; a volte per passione, divertimento, consenso, come partecipazione a rassegne di fotografia o per attenzione ambientale e sociale. Mi chiedo sempre quale angolo sto per svoltare, o quale sarà la prossima fermata… “Ovunque ci sia qualcuno da incontrare, mi dico…”. Ma soprattutto dove posso trovare silenzio, ritrovare me stesso – o qualcuno possa ritrovarsi -. Poi raccontare, ascoltare, passare dal niente alla parola, dalla parola alla parola – e da silenzio a silenzio -.

Così è stato finora.

E lo sarà di nuovo.

La tecnica

Quanto alla tecnica, utilizzo un sistema Hasselblad medio formato, un sistema Mamiya  6×7 ed una folding a pellicola piana 4×5”. Realizzo immagini esclusivamente su pellicola bianconero curando personalmente lo sviluppo e la stampa dei negativi, quindi il ritocco ed il montaggio delle stampe finali.

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