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Storie di fiori, foglie e fili d’erbe. Mostra fotografica di STEFANO CRACCO in Biblioteca dal 20 gennaio all’8 febbraio.

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“Quella di Cracco non è solo una mostra fotografica,” dice l’Assessore Mattia Pieropan, “è un viaggio, una ricerca poetica davanti alla quale è bene mettersi in ascolto, prima ancora di guardare. Nelle fotografie di Cracco capita di scorgere un particolare, una imperfezione della Natura che ci può schiudere la porta di mondi impensati e portarci, in silenzio, nel bel mezzo di una inattesa felicità.”

Dal 20 gennaio all’8 febbraio
in Biblioteca

Mostra fotografica di

STEFANO CRACCO

Storie di fiori, foglie e fili d’erbe

- il silenzio e la felicità -

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“Succede di svegliarsi con una domanda in testa. Qual è il senso di una mostra fotografica ospitata all’interno di una biblioteca, luogo della parola scritta, o che senso è possibile darle? Non ho trovato ancora una risposta. Ma ha senso cercare un senso? Così il pensiero ha cambiato direzione. Come si può coniugare un’immagine con un testo? Secondo molti questo non è possibile, ogni immagine deve vivere di sé. Nemmeno un titolo. E ancora delle domande, ma quell’immagine cos’è? Cosa rappresenta?

In verità credo che ogni immagine contenga significati e parole scritte, diverse per ognuno di noi. Parole che ognuno – vedendo – dice, ripete e scrive a se stesso, attraverso le esperienze della sua vita passata, le sue aspettative future ed il suo sentire presente. Senza accorgersene. Ognuna di queste immagini rappresenta parole della natura, lei è scrittrice instancabile.

Così pensavo al percorso che ha portato a questo progetto fotografico; in fondo è stato un viaggio, un viaggio in tutti i sensi sino a concepire un’idea che tanto mi è cara e secondo la quale il nostro viaggio più grande è quello a cui sapremo rinunciare. Per tanti motivi.

Ora definire cosa sia un viaggio, di nuovo sarebbe un’operazione difficile, ma un viaggio è sempre ricerca ed incontri di storie. Ricerca e rinuncia, come un abbraccio. Dall’uso (o abuso) di questa metafora nasce così il titolo di questa esposizione e il desiderio l’illusione che il titolo diventi esso stesso una possibilità.

Un viaggio ha sempre un inizio, una porta che si lascia alle spalle e dietro quella un nostro mondo, premesse e presenze e fatti personali o nascosti, mancanze e assenze. Domande, aspirazioni, idee, pensieri. Visibili e invisibili. Si può iniziare da qui.

“Nessuno desidera la vostra felicità perché la gente felice non consuma.” [Frédéric Beigbeder]

Il nostro mondo ha condannato da tempo il silenzio all’esilio, emarginandolo fisicamente, ma anche sottraendogli senso.” [Alessandro Bertirotti]

Fanno rumore un fiore che sboccia o una foglia che cade? Una farfalla sa parlare? A filo d’erba i rumori sono diversi? È vero che vi sono foglie che cadono di notte quando il loro rumore è più silenzioso?

Il cerchio è presto chiuso. In questi brevi pensieri, citazioni e interrogativi così in apparenza lontani e senza nesso apparente, potrebbe stare il motivo ed il senso delle immagini proposte. Immagini come racconto di un viaggio che, dentro la “loro falsità” – che è verosimile rappresentazione della realtà – nascondono memorie, istanti, luoghi e persone anche se di tutto questo sembra non esserci alcuna traccia. Sì, perché possiamo capire cosa due occhi guardano ma non potremo mai sapere cosa quegli occhi vedono. Ed è questo il motivo per cui, credo, ogni uomo si dovrebbe fermare sempre sull’uscio, e chiedere permesso se quell’uscio lo si vuole superare. Prima di tutto chiederlo a se stessi.

Immagini che sono un punto di domanda, dichiarazioni. Senza nessuna pretesa. Atto e richiesta d’amore. E in quel chiedere (e chiederci) qualcosa un senso maggiore di ogni nostra possibile risposta. Un falso che non ha il desiderio di falsificare la realtà, perché in questa finzione tutto è vero, è vero ciò che scorge e legge l’osservatore in queste “non parole”.

Si vede solo ciò che si osserva, e si osserva solo ciò che già esiste nella nostra mente.” [Alphonse Bertillon]

Immagino la fotografia come un viaggio circolare e come una giunzione tra la vita che ci corre intorno e quella che ci scorre dentro. Mai un giro è uguale all’altro, quella giunzione è vitale. Una partenza senza fine e qualche ritorno, forse. Un passare attraverso uno stesso uscio che ad ogni giro è diverso, non perché in maniera necessaria sia lui a cambiare ma perché ad ogni giro cambiamo noi.

Intendo la fotografia come un viaggio lento tra razionalità e anima; mi piace pensare che molti scatti siano il tempo che lasciamo alla nostra anima per raggiungerci, assai più lunghi delle poche frazioni di secondo in cui la tendina lascia libero passaggio alla luce. In tal senso un inno – quasi – alla lentezza come tempo che diviene nostro compagno prezioso per essere protagonisti consapevoli di quello stesso tempo che la vita ci concede.
Aspettare l’anima è concedersi tempo di attesa e attenzione, permettere la comunicazione tra le nostre memorie, cognitiva ed emotiva. Aspettare l’anima può divenire un sottile (e profondo) gioco con gli equilibri e l’armonia, nostri e di quanto ci circonda (solo quando ti fermi si comprende che non era sempre necessario correre).

Altri scatti sono una sfida non di riprodurre la bellezza di “quei luoghi” che la natura ha fatto di evidente, naturale e magari grandiosa bellezza ma piuttosto il cercare di cogliere e rendere fruibile la bellezza e l’emozione di quanto sembra non possedere alcun valore. Scoprire la bellezza è uno stimolo vitale per ognuno di noi. Questo tentativo è rinuncia, è togliere troppa luce, tutto il rumore. È guardare, ascoltando i propri occhi. La bellezza è un tempo di pausa in cui la nostra “cultura” si confronta con la nostra ingenuità. Bellezza è riporre lo sguardo dove quasi mai si guarda, un punto di vista – sotto ogni punto di vista – che diviene dichiarazione di un sentimento e il sentimento è il veicolo della nostra visione del mondo.

Altri scatti ancora sono il viaggiare tra le imperfezioni con la grande illusione che la bellezza del mondo sia racchiusa nelle sue imperfezioni ancor più che nelle sue visioni spettacolari; allora, solo riuscendo a raccogliere tutta le imperfezioni sapremmo dare una misura della bellezza del mondo. Per questo la bellezza non può avere misura.

Fotografo per debolezza, per dire a me qualcosa che altrimenti non saprei dire. Se incontro il gusto, i sentimenti e le emozioni altrui è un accadimento fortuito. È certamente piacevole e una piccola soddisfazione ma agli altri non avrei da dire che quello che a fatica – spesso – cerco di dire a me. Anche “il fotografo” non deve chiedere al tempo altro che il suo scorrere. Non deve chiedere ne ricercare alcun “capolavoro”, bisogna ascoltare. Il resto è ciò che accade. Quando noi vogliamo ascoltare, il silenzio serve per sentire. Così alla fine del viaggio, nel silenzio, il rumore della felicità non è che il battito dei nostri occhi. La felicità arriva silenziosa.”

Stefano Cracco

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